Papa Francesco, seppur nel suo ancora breve periodo di pontificato, si è più volte espresso sulle problematiche che tormentano tantissime persone. Ha spronato ad avere fiducia, speranza, a non mollare mai. Ha usato parole forti anche nei confronti di chi, ogni giorno, non perde l’occasione di parlare della crisi economica, di tutte le conseguenze che questa comporta, con tanto di previsioni a breve o lungo termine. Ha spronato a non lasciarsi prendere dall’apatia legata alle paure per il domani, ma a continuare ad andare avanti, a costruire, progettare confidando nella provvidenza divina. Il pontefice ha dimostrato di conoscere perfettamente le dinamiche legate ai rapporti sociali e non ha risparmiato parole neppure nei confronti di chi fa finta di non vedere.
Personalmente, mi piacerebbe riuscire a spiegare che le persone che hanno dei problemi, sia essi lavorativi, familiari, di salute, o che attraversano un momento difficile non sono contagiose. I problemi non sono virus e non si diffondono attraverso i contatti umani. Perché, è strano quello che succede appena qualcuno dichiara le sue difficoltà: scappano tutti! Avete presente quando hai l’influenza e vieni evitato per paura del contagio? Succede più o meno la stessa cosa. Mi sono chiesta molte volte di cosa possono avere tanta paura, ma non sono riuscita a darmi una risposta. L’unica plausibile mi è sembrata questa: temono di potersi contagiare!
Credo che abbiano paura di guardare in faccia i problemi perché non vogliono vedere ciò che, chi lo sa, potrebbe toccare a loro, un giorno. Non accettano l’idea che potrebbero trovarsi nella stessa situazione e, per paura, per vigliaccheria fanno finta di niente voltandosi dall’altra parte. Io facevo così quando mio padre era ammalato. Evitavo di guardarlo, evitavo di entrare nella sua camera quando ormai stava troppo male, evitavo di vedere quanto stava male perché non volevo accettare l’inevitabile. Mi facevo in quattro per lui cercando di rendermi utile, ma proprio non riuscivo a guardarlo negli occhi. Avevo solo sedici anni e non era facile per me affrontare una cosa tanto grande.
Così, credo che voltarsi dall’altra parte sia solo la maniera di far finta che il problema non esista. In fondo perché andare a cercarsi rogne con il rischio di scombussolare le proprie giornate perfette, programmate nei minimi particolari, i piani mensili, le notti tranquille? Molto meglio evitare chi non sta attraversando un periodo del tutto sereno, rischierebbe di rovinare l’allegria della compagnia come una nota stonata durante un concerto, come una macchia sulla camicia bianca, come una ciambella senza il buco. Molto meglio circondarsi di persone che non hanno problemi, di altri simili sani. Vuoi mettere il divertimento di una serata in compagnia, di un’uscita in allegria, di un caffè al bar senza pensieri? Vuoi mettere? Tanto poi, per essere d’aiuto a chi ha bisogno basta cliccare, postare, condividere… il Web è pieno di belle parole.
Peccato che a volte ci sia più bisogno di opere e azioni. Altrimenti, se bastasse la comunicazione digitale, non assisteremmo, inermi, a tanti drammi della disperazione, che POI siamo tutti bravi a commentare. Peccato che in quei momenti di massima angoscia nessuno sia lì semplicemente ad offrire un po’ del suo tempo prezioso, un caffè, un sorriso, un – Come va’? – vero e non uno di quelli buttato lì per abitudine, con la pretesa di sentirsi rispondere – Bene! -. Forse non comprendono che, anche col frigo vuoto, il bisogno primario non è il companatico, ma il pane della vita, della tenerezza, dell’umanità. E’ un pane molto diverso che sta diventando sempre più raro.
Chi ha la fortuna di averne un po’ in dispensa lo custodisca con cura, ne tramandi la ricetta, ne condivida il lievito. Come si faceva una volta quando si condividevano le cose buone e quelle meno. Quando bambina partivo alla ricerca del lievito madre presso le vicine perché la mamma doveva fare il pane e sempre, ogni volta, ne preparava un “pezzo nero” per la vicina diabetica. Quello non era solo pane, ma era “il” pane, antico vaccino di solidarietà. Ma queste sono storie d’altri tempi, di quando le notizie viaggiavano lente e si condividevano le piccole cose di ogni giorno… di quando non c’era la possibilità di postare una foto o una frase toccante per sentirsi con la coscienza a posto e andare a dormire sonni tranquilli nell’intimità della propria casa, della propria famiglia. Chiudendo fuori il mondo, i suoi problemi e i suoi virus…
Ho deciso di scrivere queste parole solo con la speranza che possano essere d’aiuto a chi si trova in difficoltà. Con l’augurio che possano divenire lievito nel cuore di tanti o anche solo di pochi. Forse grazie ad esse, domani, qualcuno guarderà il suo vicino con meno superficialità e gli offrirà le nespole appena raccolte che non riuscirebbe mai a consumare tutte da solo, una fetta di torta calda per i suoi figli, un – Come va’? – pronunciato con sincero interesse. A volte basta poco per riuscire a guardare all’alba del giorno dopo, ai fiori sotto la neve, alla quiete dopo la tempesta…
Ciazachi
(foto:www.exaequo.bo.it)